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Leonardo da Vinci ==Biografia== ===
La giovinezza (1452–1481) ===
[[Immagine:Leonardo da Vinci Il nonno Antonio morì novantaseienne nel [[1468]] e negli atti catastali di Vinci Leonardo, che ha 17 anni, risulta suo erede insieme con la nonna Lucia, il padre Piero, la matrigna Francesca, e gli zii Francesco e Alessandra. L'anno dopo la famiglia del padre, divenuto notaio della Signoria fiorentina, insieme con quella del fratello Francesco, che era iscritto nell'Arte della seta, era domiciliata in una casa fiorentina, abbattuta già nel Cinquecento, nell'attuale via dei Gondi. Nel [[1469]] o [[1470]] Leonardo fu apprendista nella bottega di Verrocchio. Nella Compagnia dei pittori fiorentini di San Luca Leonardo fu menzionato per la prima volta nel [[1472]]; il [[5 agosto]] [[1473]] Leonardo data la sua prima opera certa, il disegno con una veduta a volo d'uccello della valle dell'Arno, oggi agli [[Uffizi]]. Intorno a quest'anno dovrebbe essere datato anche l'angelo, in primo piano a destra, e il paesaggio del ''Battesimo di Cristo'' degli Uffizi; il complesso dell'opera è stato attribuito al [[Francesco Botticini|Botticini]], al Verrocchio e a Botticelli. Proviene dalla bottega del Verrocchio la contemporanea [[Annunciazione (Leonardo)|''Annunciazione'']], degli Uffizi, ma sulla sua paternità – se pure può considerarsi di unica mano – la critica si è divisa fra i nomi degli allievi Leonardo e Domenico Ghirlandaio. Ma l'Angelo annunciante appare prossimo alla fattura dell'angelo del ''Battesimo'' ed esistono due disegni certi di Leonardo, uno ''Studio di braccio'' alla Christ Church di [[Oxford]] e uno ''Studio di drappeggio'' al [[Louvre]] che fanno preciso riferimento, rispettivamente, all'arcangelo e alla Vergine: se vi è nel dipinto semplificazione e convenzionalità di composizione, queste possono ben essere attribuite alla relativa inesperienza e alla necessità di concludere, esigenza lontana dal suo spirito, un'opera della quale non poteva attribuirsi la piena responsabilità. [[Immagine:Leonardo da Vinci 040.jpg|thumb|left|180px|[[Madonna del garofano]], particolare, ca 1478, Monaco di Baviera, Alte Pinakothek]] Dal [[1474]] al [[1478]] risalgono il [[Ritratto di Ginevra Benci|''Ritratto di donna'']] di Washington, identificata con Ginevra Benci - così si spiega il ginepro dipinto alle sue spalle - nata nel [[1457]] e andata sposa il [[15 gennaio]] [[1474]] a Luigi di Bernardo di Lapo Nicolini, e la [[Madonna Benois|''Madonna Benois'']] di [[San Pietroburgo]], opera che il Bocchi, nel [[1591]], menzionava nella casa fiorentina di Matteo e Giovanni Botti, «tavoletta colorita a olio di mano di Leonardo da Vinci, di eccessiva bellezza, dove è dipinta una Madonna con sommo artifizio et con estrema diligenza; la figura di Cristo, che è bambino, è bella a maraviglia: si vede in quello un alzar del volto singolare et mirabile lavorato nella difficultà dell'attitudine con felice agevolezza», descrizione che potrebbe riferirsi anche alla [[Madonna del garofano|''Madonna del garofano'']] di [[Monaco di Baviera]], che per l'originalità compositiva e la ricerca del rilievo appare svincolata da ogni influsso della bottega del Verrocchio. L'[[8 aprile]] [[1476]] venne presentata una denuncia anonima contro diverse persone, tra le quali Leonardo, per [[sodomia]] consumata verso il diciassettenne Jacopo Saltarelli. Anche se c'era una certa tolleranza verso l'[[omosessualità]] nella Firenze dell'epoca, la pena prevista in questi casi era severissima, addirittura il rogo. Oltre a Leonardo, tra gli altri inquisiti vi erano [[Bartolomeo di Pasquino]] e soprattutto [[Leonardo Tornabuoni]], giovane rampollo della potentissima famiglia fiorentina dei [[Tornabuoni]], imparentata con i [[Medici]]. Secondo certi studiosi fu proprio il coinvolgimento di quest'ultimo che avrebbe giocato a favore degli accusati. Il [[7 giugno]], l'accusa venne archiviata e gli imputati furono tutti assolti "cum conditione ut retumburentur", salvo che non vi siano altre denunce in merito. Ormai pittore indipendente, il [[10 gennaio]] [[1478]] ricevette il primo incarico pubblico, una pala per la cappella di San Bernardo nel [[palazzo della Signoria]]; incassò dai Priori 25 [[fiorini]] ma forse non iniziò nemmeno il lavoro, affidato allora nel [[1483]] a [[Domenico Ghirlandaio]] e poi a [[Filippino Lippi]], che lo completò nel [[1485]]; quello stesso anno scrive di aver cominciato due dipinti della Vergine, uno dei quali si pensa possa essere la ''[[Madonna Benois]]''. Ancora al 1478 è datata la piccola ''Annunciazione'' del [[Louvre]], probabilmente parte della predella della ''Madonna con Bambino e santi'' di [[Lorenzo di Credi]] del [[Duomo di Pistoia]], che avrebbe compreso anche la ''Nascita del Bambino'' del [[Perugino]], ora all'Art Gallery di [[Liverpool]] e il ''San Donato e il gabelliere'' dello stesso Lorenzo, ora all'Art Museum di [[Worcester]]. L'unità di composizione, la coerenza e l'individualità della piccola tavola, posteriore ma lontana dall'''Annunciazione'' di Firenze, ne confermano l'attribuzione concorde a Leonardo. Intanto, almeno dal [[1479]] non viveva più nella famiglia del padre Piero, come attesta un documento del catasto fiorentino. [[Immagine:Leonardo
da Vinci Se dell'incompiuto [[San Gerolamo (Leonardo)|''San Gerolamo'']] della [[Pinacoteca Vaticana]] non si ha nessuna testimonianza documentaria, dell'[[Adorazione (Leonardo)|''Adorazione dei Magi'']], ora agli Uffizi, si sa che gli fu commissionata nel marzo [[1481]] dai monaci di [[Chiesa di San Donato in Scopeto|San Donato a Scopeto]], come pala dell'altare maggiore, da compiere entro trenta mesi; ma Leonardo non la consegnò mai e fu sostituita con un dipinto dello stesso soggetto, opera di [[Filippino Lippi]]. L'opera, rimasta allo stato di abbozzo, in giallolino e bistro, fu lasciata da Leonardo, in partenza per [[Milano]], all'amico Amerigo Benci, il padre di Ginevra, nel [[1482]]. In essa, «nulla rimane dell'Epifania tradizionale, e ai pastori e ai re è sostituita la più vasta moltitudine delle mani, dei volti intensamente caratterizzati, dei panni guizzanti da un lato fuori dalle ombre della siepe umana, succhiati dall'altro da un sospeso pulviscolo luminoso. Non sono magi, non sono guardiani d'armenti: sono le creature viventi, tutte le creature con la fede e col dubbio, con le passioni e con le rinunce della vita, aureolate dalla luce creatrice di questo capolavoro in cui il colore non avrebbe luogo» (Angela Ottino).
=== A Milano (1482–1500) === «Aveva trent'anni» – scrive l'Anonimo – «che dal detto Magnifico Lorenzo fu mandato al duca di Milano a presentarli insieme con [[Atalante Migliorati]] una [[Lira (strumento musicale)|lira]], che unico era in suonare tale strumento». È a Milano che Leonardo scrisse la cosiddetta lettera d'impiego a [[Ludovico il Moro]] (in realtà, sentendosi inadeguato nel suo modo di esprimersi, la fece scrivere da un cosiddetto "uomo di cultura"), conservata nel suo ''Codice Atlantico'', descrivendo innanzitutto i suoi progetti di apparati militari, di opere idrauliche, di architettura, e solo alla fine, di pittura e scultura, tra cui il progetto di un [[Il Cavallo di Leonardo|cavallo di bronzo]] per un monumento a Francesco Sforza. [[Immagine:Leonardo da Vinci 032.jpg|thumb|right|180px|[[La Vergine delle Rocce (Leonardo Parigi)|''Vergine delle rocce'']], particolare, ca 1486, Parigi, Louvre]] Il [[25 aprile]] [[1483]], con i fratelli pittori Evangelista e [[Giovanni Ambrogio De Predis]], da una parte, e Bartolomeo Scorione, priore della Confraternita milanese dell'Immacolata Concezione, dall'altra, stipulò il contratto per una pala da collocare sull'altare della cappella della Confraternita nella chiesa di San Francesco Grande; è il primo documento, relativo alla [[La Vergine delle Rocce (Leonardo Parigi)|''Vergine delle rocce'']], che attesta la sua presenza a Milano, ospite dei fratelli De Predis a Porta Ticinese. Il contratto prevedeva tre dipinti, da finire entro l'[[8 dicembre]], da collocarsi in una grande ancona per un compenso complessivo di 800 lire da pagarsi a rate fino al febbraio [[1485]]. La tavola centrale avrebbe dovuto rappresentare una Madonna col Bambino con due profeti e angeli, le altre due, quattro angeli cantori e musicanti. In una supplica a Ludovico il Moro, databile al [[1493]], dalla quale si evince che l'opera era stata compiuta almeno entro il [[1490]] – ma la critica la considera comunque finita entro il 1486 – Leonardo e Ambrogio De Predis (Evangelista morì alla fine del 1490 o all'inizio del [[1491]]) chiedevano un conguaglio di 1200 lire, rifiutato dai frati. La lite giudiziaria si trascinò fino al [[27 aprile]] [[1506]], quando i periti stabilirono che la tavola era incompiuta e, stabiliti due anni per terminare il lavoro, concessero un conguaglio di 200 lire; il [[23 ottobre]] [[1508]] Ambrogio incassò l'ultima rata e Leonardo ratificò il pagamento. Sembrerebbe che Leonardo, dato il mancato pagamento delle 1.200 lire da parte della Confraternita, avesse venduto per 400 lire la tavola, ora al Louvre, al [[re di Francia]] [[Luigi XII]], mettendo a disposizione, durante la lite giudiziaria, una seconda versione de ''[[La Vergine delle Rocce (Leonardo Londra)|La Vergine delle Rocce]]'', che rimase in San Francesco Grande fino allo scioglimento della Confraternita nel [[1781]] ed è ora conservata alla [[National Gallery (Londra)|National Gallery di Londra]], insieme con le due tavole del De Predis. Intanto, nel [[1485]] Ludovico il Moro gli aveva commissionato un dipinto da inviare in dono al re d'[[Ungheria]] [[Mattia Corvino]]. Nei due anni successivi ricevette pagamenti per il progetto del [[tiburio]] del [[duomo di Milano]]. Nei primi mesi del [[1489]] si occupò delle decorazioni, nel [[Castello Sforzesco di Milano|Castello Sforzesco]], per le nozze di [[Gian Galeazzo Sforza]] e [[Isabella d'Aragona]], presto interrotti per la morte della madre della sposa, Ippolita d'Aragona, e scrisse sul ''libro titolato de figura umana''. Il [[22 luglio]] [[Pietro Alamanni]] comunicò a Lorenzo il Magnifico la richiesta di Leonardo di ottenere la collaborazione di fonditori in bronzo fiorentini. [[Immagine:La Belle Ferronière.jpg|thumb|left|180px|[[Ritratto di dama (Leonardo)|La Belle Ferronnière]], 1490–1495, Parigi, Louvre]] Il [[13 gennaio]] [[1490]] riprendevano i festeggiamenti per le nozze [[Sforza]] - Aragona, nei quali, scrisse il poeta [[Bernardo Bellincioni]] nel [[1493]], «si era fabricato, con il grande ingegno et arte di Maestro Leonardo da Vinci fiorentino, il paradiso con tutti li sette pianeti che giravano e li pianeti erano rappresentati da uomini»; il [[21 giugno]] andò a [[Pavia]] insieme con [[Francesco di Giorgio Martini]], su richiesta dei fabbricieri del Duomo. Intorno all'ultimo decennio del secolo risalgono gli importanti dipinti a cavalletto della [[Madonna Litta (Leonardo)|''Madonna Litta'']] di [[San Pietroburgo]], del [[Ritratto di musico (Leonardo)|''Ritratto di musico'' (Josquin des Prez o Franchino Gaffurio)]] alla [[Pinacoteca Ambrosiana]], del [[Ritratto di dama (Leonardo)|''Ritratto di donna'', detto ''La Belle Ferronnière'']] del Louvre e della [[La dama (Leonardo)|''Dama con l'ermellino'' (Ritratto di Cecilia Gallerani)]], di [[Cracovia]]. Nel [[1491]] prese al suo servizio Gian Giacomo Caprotti, da Oreno, di dieci anni, detto Salaì – ''diavolo'', un soprannome tratto dal ''Morgante'' del [[Luigi Pulci|Pulci]] - che Leonardo definirà "ladro, bugiardo, ostinato, ghiotto", ma tratterà sempre con indulgenza. Curò i festeggiamenti per le nozze di Ludovico il Moro e [[Beatrice d'Este]] e per quelle di [[Anna Sforza]] e [[Alfonso I d'Este]]. Nel [[1493]], per un tratto al seguito del corteo che accompagna in [[Germania]] [[Bianca Maria Sforza]], sposa dell'imperatore [[Massimiliano I del Sacro Romano Impero|Massimiliano d'Asburgo]], si recò sul [[lago di Como]], visitò la [[Valsassina]], la [[Valtellina]] e il [[Valchiavenna]]. Il [[13 luglio]] sembra aver ricevuto la visita della madre Caterina; eseguì in creta la statua equestre per Francesco Sforza, la cui fusione fallì l'anno dopo. Iniziò nel [[1495]] l'[[L'ultima cena (Leonardo)|''Ultima Cena'']], nel refettorio di [[Santa Maria delle Grazie]] e la decorazione dei camerini in [[Castello Sforzesco di Milano|Castello Sforzesco]] che interruppe nel [[1496]]; a quest'anno, da una sua nota di spese per una sepoltura, si è dedotta la morte della madre. Nella sua LVIII novella, [[Matteo Bandello]], che ben conosce Leonardo, scrisse di averlo spesso visto «la matina a buon'hora a montar su'l ponte, perché il Cenacolo è alquanto da terra alto; soleva dal nascente Sole sino all'imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordatosi il mangiare et il bere, di continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui, tre e quattro dì, che non v'averebbe messo mano, e tuttavia dimorava talhora una o due ore al giorno e solamente contemplava, considerava et essaminando tra sé, le sue figure giudicava. L'ho anche veduto (secondo che il capriccio o ghiribizzo lo toccava) partirsi da mezzogiorno, quando il Sole è in Leone, da Corte vecchia» - sul luogo dell'attuale Palazzo Reale - «ove quel stupendo Cavallo di terra componeva, e venirsene dritto a le Gratie: et asceso sul ponte pigliar il pennello, et una o due pennellate dar ad una di quelle figure e di subito partirse et andare altrove». A Milano Leonardo trascorse il periodo più lungo della sua vita, quasi 20 anni. Sebbene all'inizio della sua permanenza egli debba aver incontrato diverse difficoltà con la lingua parlata dal popolo (ai tempi la lingua italiana quale "toscano medio" non esisteva, tutti parlavano solo il proprio dialetto), gli esperti ritrovano nei suoi scritti risalenti alla fine di questo periodo addirittura dei "lombardismi". === Il ritorno a Firenze (1501–1508) === Del [[2 ottobre]] [[1498]] è l'atto notarile col quale Ludovico il Moro gli donò una vigna tra i monasteri di Santa Maria delle Grazie e San Vittore. Nel marzo [[1499]] si sarebbe recato a [[Genova]] insieme con Ludovico, sul quale si addensava la tempesta della guerra che egli stesso aveva contribuito a provocare; mentre il Moro era a [[Innsbruck]], cercando invano di farsi alleato l'imperatore Massimiliano, Luigi XII conquistò Milano il [[6 ottobre]] [[1499]]. Il [[14 dicembre]] Leonardo fece depositare 600 fiorini nello [[Spedale di Santa Maria Nuova]] a Firenze e abbandonò Milano con Salai e il matematico [[Luca Pacioli]], soggiornando prima a [[Vaprio d'Adda]], presso [[Bergamo]], nella villa di [[Francesco Melzi]] poi, passando per [[Mantova]], ospite di [[Isabella d'Este (marchesa di Mantova)|Isabella d'Este]], della quale eseguì due ritratti a carboncino, giunse a [[Venezia]] nel marzo [[1500]]. Nell'aprile [[1501]] fu a Firenze, ospite dei [[servi di Maria|frati Serviti]] nella [[basilica della Santissima Annunziata|Santissima Annunziata]]; qui disegnò il primo cartone della ''Sant'Anna, la Madonna, il Bambino e san Giovannino'', ora a Londra; in due lettere, Isabella d'Este chiese al [[carmelitano]] Pietro di Nuvolaria un ritratto da Leonardo o, in subordine, «un quadretto de la Madonna devoto e dolce como è il suo naturale», ma il frate le rispose che «li suoi isperimenti matematici l'hanno distratto tanto dal dipingere che non può patire il pennello». [[Immagine:Mona Lisa.jpeg|thumb|right|180px|[[Monna Lisa|La Gioconda]], 1503–1505, Parigi, Louvre]] Passato alle dipendenze di [[Cesare Borgia]] come [[architetto]] e [[ingegnere]], lo seguì nel [[1502]] nelle guerre portate da questi in [[Romagna]]; in agosto è a [[Pavia]], e ispezionò le fortezze lombarde del Borgia. Dal marzo [[1503]] fu nuovamente a Firenze, dove iniziò ''La Gioconda'' e una perduta ''Leda''; ad aprile riceve l'incarico dell'affresco della [[La battaglia di Anghiari|Battaglia di Anghiari]] nel [[Salone dei Cinquecento]] di [[Palazzo Vecchio]] e a luglio fu a [[Pisa]], assediata dai fiorentini, insieme a Gerolamo [[da Filicaja]] e Alessandro degli [[Albizi]] per studiare la deviazione del fiume [[Arno]] e impantanare alcune zone limitrofe alla città. In questo periodo probabilmente dipinse ''[[La Gioconda]]''. Portata con sé in Francia, fu vista ancora nel [[Castello di Cloux]], residenza di Leonardo, e descritta da Antonio de Beatis, il [[10 ottobre]] [[1517]], come «certa donna Fiorentina, facta di naturale ad istantia di quondam magnifico Juliano de' Medici», mentre Cassiano del Pozzo a [[Fontainebleau]], nel [[1625]], scrive di «un ritratto della grandezza del vero, in tavola, incorniciato di noce intagliato, a mezza figura ed è ritratto di tal Gioconda. Questa è la più completa opera che di questo autore si veda, perché dalla parola in poi altro non gli manca». Identificata tradizionalmente come [[Lisa Gherardini]], nata nel [[1479]], moglie di Francesco Bartolomeo del Giocondo, il dipinto, considerato il ritratto più famoso del mondo, non è tanto o soltanto un ritratto. Come il paesaggio che le sta alle spalle non è soltanto un paesaggio, reale o fantastico, ma è ''la natura'', nel suo aspetto solido, liquido, atmosferico, così la figura è l'elemento umano della natura, è ''natura umanizzata'': la straordinarietà del dipinto non sta nella bellezza individuale della donna ritratta - che infatti non è particolarmente bella in sé - ma nell'aver individuato nella figura umana la ''realizzazione dello sviluppo della natura'', che da quella non si distingue ma si dà come parte preminente di essa. Il famoso sorriso può così semplicemente intendersi come consapevolezza di sé, in quanto essere naturale in armonia ed equilibrio in una realtà che ha la sua stessa sostanza. Così, per il De Tolnay, «nella Gioconda, l'individuo - una sorta di miracolosa creazione della natura - rappresenta al tempo stesso la specie: il ritratto, superati i limiti sociali, acquisisce un valore universale. Leonardo ha lavorato quest'opera sia come ricercatore e pensatore sia come pittore e poeta; e tuttavia il lato filosofico-scientifico restò senza seguito. Ma l'aspetto formale - l'impaginazione nuova, la nobiltà dell'atteggiamento e la dignità del modello che ne deriva - ebbe un'azione risolutiva sul ritratto fiorentino delle due decadi successive [...] Leonardo ha creato con la ''Gioconda'' una formula nuova, più monumentale e al tempo stesso più animata, più concreta, e tuttavia più poetica di quella dei suoi predecessori. Prima di lui, nei ritratti manca il mistero; gli artisti non hanno raffigurato che forme esteriori senza l'anima o, quando hanno caratterizzato l'anima stessa, essa cercava di giungere allo spettatore mediante gesti, oggetti simbolici, scritte. Solo nella ''Gioconda'' emana un enigma: l'anima è presente ma inaccessibile». Il [[9 luglio]] [[1504]] morì il padre Piero; Leonardo annotò più volte la circostanza, in apparente agitazione: «Mercoledì a ore 7 morì Ser Piero da Vinci, a dì 9 luglio 1504, mercoledì vicino alle ore 7» e ancora, «Addì 9 di luglio 1504 in mercoledì a ore 7 morì Piero da Vinci notaio al Palagio del Podestà, mio padre, a ore 7. Era d'età d'anni 80. Lasciò 10 figlioli maschi e due femmine». Il padre non lo fece erede e, contro i fratelli che gli opponevano l'illegittimità della sua nascita, Leonardo chiese invano il riconoscimento delle sue ragioni: dopo la causa giudiziale da lui promossa, solo il [[30 aprile]] [[1506]] avvenne la liquidazione dell'eredità di Piero da Vinci, dalla quale Leonardo fu escluso. Fece parte della commissione che doveva decidere dove collocare il ''[[David di Michelangelo]]'' e ricevette pagamenti dalla [[Repubblica fiorentina]] per la [[La battaglia di Anghiari|Battaglia di Anghiari]] fino al febbraio [[1505]]: preparato il cartone, sulla scorta delle notizie ricavate dalla ''[[Historia naturalis]]'' di [[Plinio il Vecchio]], e tentò un [[encausto]]; preparò il muro a stucco della Sala di Palazzo Vecchio ove riprodurre l'opera, ma il fuoco acceso, che doveva fissare la sua ''Battaglia'', non fu sufficiente e i colori colarono sulla parete. Perduto il cartone, le ultime tracce dell'opera furono probabilmente coperte nel [[1557]] dagli affreschi del [[Vasari]].
=== Gli ultimi anni (1509–1519) === [[Immagine:Manoir clos luce.jpg|thumb|left|210px|[[Castello di Clos-Lucé]]]] Il [[24 settembre]] [[1514]] partì per Roma insieme con [[Francesco Melzi]] e Salai; essendo intimo amico di [[Giuliano Duca di Nemours|Giuliano de' Medici]], fratello del [[papa Leone X]], ottenne di alloggiare negli appartamenti del Belvedere al Vaticano. Non ottenne commissioni pubbliche e se pure ebbe modo di rivedere [[Bramante]] e [[Giuliano di Sangallo]], che si stavano occupando della fabbrica di [[Basilica di San Pietro|San Pietro]], [[Raffaello]], che affrescava gli appartamenti papali e forse anche [[Michelangelo]], dal quale lo divideva un'antica inimicizia, attese solo ai suoi studi di [[meccanica]], di [[ottica]] e di [[matematica]] e cercò [[fossili]] sul vicino [[Monte Mario]], ma si lamentò con Giuliano che gli venissero impediti i suoi studi di [[anatomia]] nell'[[Ospedale di Santo Spirito]]. Si occupò del prosciugamento delle [[paludi pontine]] - e il suo progetto venne approvato da Leone X il [[14 dicembre]] 1514, ma non fu eseguito per la morte tanto di Giuliano che del papa di lì a pochi anni - e della sistemazione del porto di [[Civitavecchia]]. Secondo il Vasari, durante questa sua breve permanenza a Roma, fece «per messer Baldassarre Turini da [[Pescia (PT)|Pescia]], che era datario di Leone, un quadretto di una Nostra Donna col figliuolo in braccio con infinita diligenza e arte''» e ritrasse ''«un fanciulletto che è bello e grazioso a maraviglia, che sono tutti e due a Pescia», ma delle due opere si è persa ogni traccia. A Roma cominciò anche a lavorare ad un vecchio progetto, quello degli [[specchi ustori]] che dovevano servire a convogliare i raggi del sole per riscaldare una cisterna d'acqua, utile alla propulsione delle macchine. Il progetto però incontrò diverse difficoltà soprattutto perché Leonardo non andava d'accordo con i suoi lavoranti tedeschi, specialisti in specchi, che erano stati fatti arrivare apposta dalla [[Germania]]. Contemporaneamente erano ripresi i suoi studi di anatomia, già iniziati a Firenze e Milano, ma questa volta le cose si complicarono: una lettera anonima, inviata probabilmente per vendetta dai 2 lavoranti tedeschi, lo accusò di stregoneria. In assenza della protezione di Giuliano de' Medici e di fronte ad una situazione pesante, Leonardo si trovò costretto, ancora una volta, ad andarsene. Questa volta aveva deciso di lasciare l'Italia. Era anziano, aveva bisogno di tranquillità e di qualcuno che lo apprezzasse e lo aiutasse. L'ultima notizia del suo periodo romano data all'agosto [[1516]], quando misurava le dimensioni della [[Basilica di San Paolo]]; nel [[1517]] [[Francesco I di Francia]] lo invitò nel suo paese, dove in maggio, insieme con Francesco Melzi e il servitore Battista de Vilanis, alloggiò nel [[castello di Clos-Lucé]], vicino ad [[Amboise]], onorato del titolo di ''premier peintre, architecte, et mecanicien du roi'' e di una pensione di 5000 scudi. L'alta considerazione di cui godette è dimostrata anche dalla visita ricevuta, il [[10 ottobre]], del cardinale d'Aragona e del suo seguito: Leonardo gli mostra «tre quadri, uno di certa donna Fiorentina facta di naturale ad istantia del quondam mag.co Juliano de Medici, l'altro de San Joane Bap.ta giovane et uno de la Madona et del figliolo che stan posti in grembo di S.ta Anna tucti perfectissimi, et del vero che da lui per esserli venuta certa paralesi ne la dextra, non se ne può expectare più bona cosa. Ha ben facto un creato Milanese chi lavora assai bene, et benché il p.to M. Lunardo non possa colorir con quella dulceza che solea, pur serve a far disegni et insegnar ad altri. Questo gentilhomo ha composto de notomia tanto particularmente con la demonstratione de la pictura sì de membri come de muscoli, nervi, vene, giunture, d'intestini tanto di corpi de homini che de done, de modo non è stato mai facto anchora da altra persona [...] Ha anche composto la natura de l'acque, de diverse machine et altre cose, secondo ha riferito lui, infinità di volumi et tucti in lingua vulgare, quali se vengono in luce saranno proficui et molto dilectevoli». [[Immagine:Tombe de Léonard de Vinci.JPG|thumb|right|180px|La tomba di Leonardo, castello d'Amboise]] Progettò il palazzo reale di [[Romorantin]], che Francesco I intendeva erigere per la madre [[Luisa di Savoia]]: era il progetto di una cittadina, per la quale prevedette lo spostamento di un fiume che l'arricchisse d'acque e fertilizzi la vicina campagna. Partecipò alle feste per il battesimo del Delfino e a quelle per le nozze di [[Lorenzo Duca di Urbino|Lorenzo de' Medici]]. Il [[23 aprile]] 1519 redasse il testamento davanti al notaio Guglielmo Boreau: dispose di voler essere sepolto nella chiesa di [[San Fiorentino]]; a Francesco Melzi, esecutore testamentario, lasciò «li libri [...] et altri Instrumenti et Portracti circa l'arte sua et industria de Pictori»; al servitore De Vilanis e a Salai la metà per ciascuno di «uno iardino che ha fora de le mura de Milano [...] nel quale iardino il prefato Salay ha edificata et constructa una casa»; alla fantesca Maturina dei panni e due ducati; ai fratelli, 400 scudi depositati a Firenze e un podere a [[Fiesole]]. L'uomo che aveva passato tutta la vita «vago di vedere la gran copia delle varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura», da lui assimilata a una gran caverna, nella quale, «stupefatto e ignorante» per la grande oscurità, aveva guardato con «paura e desiderio: paura per la minacciante e scura spilonca, desiderio per vedere se là entro fusse alcuna miracolosa cosa», moriva il [[2 maggio]] [[1519]]. Cinquantanni dopo, violata la tomba, le sue spoglie andarono disperse nei disordini delle lotte religiose fra cattolici e ugonotti. Trent'anni
prima aveva scritto: {{quote|Sì come una giornata bene spesa dà lieto
dormire, così una vita bene usata dà lieto morire}}forse per nessun
altro quelle parole furono e saranno mai più adeguate. |
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