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allora in Francia, a Marsiglia,
e qui nel 1835 ottenne il comando di un brigantino diretto in
Brasile. Lì giunto, non esitò a sostenere, praticando la tattica
corsara, l'insurrezione repubblicana scoppiata nella provincia
di Rio Grande do Sul contro il governo imperiale brasiliano. La
sconfitta di quell'impresa lo costrinse, nel 1842, a riparare
a Montevideo, in Uruguay, dove sposò Ana Maria Ribeiro da Silva,
detta Anita, che si era unita a lui dal 1839. Poco dopo prese
parte, facendo le sue prime prove di comando alla testa di una
legione italiana, alla guerra civile in Uruguay, a fianco dei
ribelli che combattevano contro le truppe governative sostenute
dal dittatore argentino Juan Manuel de Rosas, distinguendosi per
il valore mostrato in battaglia e per le sue doti di trascinatore
di uomini.
III.
Il rivoluzionario
Quando
l'ondata rivoluzionaria che travolse l'Europa nel 1848 raggiunse
l'Italia, Garibaldi fece ritorno in patria con altri 84 volontari
della Legione italiana in Uruguay e si precipitò in Lombardia
per partecipare alla prima guerra d'indipendenza, che già volgeva
al peggio per le truppe piemontesi. La giunta del governo provvisorio
di Milano lo inviò a organizzare la difesa di Bergamo, ma in seguito
all'armistizio Salasco, firmato il 9 agosto 1848, egli fu costretto
a ritirarsi sul Lago Maggiore; poco dopo, approfittando della
propria crescente popolarità, lanciò un proclama per la prosecuzione
della guerra e infranse la tregua marciando su Varese.
A.
La difesa di Roma
La
controffensiva austriaca lo costrinse tuttavia a riparare in Svizzera,
da dove ripartì subito dopo, per fermarsi prima nella Toscana
in rivolta contro i Lorena e passare poi a Roma per partecipare
alla fondazione della Repubblica Romana, di cui fu eletto deputato
alla costituente. Egli fu il principale organizzatore e il capo
militare della difesa contro i francesi, alleati di Pio IX, riuscendo
a resistere agli assedianti per un mese (giugno 1849): quando
i francesi entrarono in città, Garibaldi, con 4000 uomini, si
diresse a Venezia, ancora libera ma posta a sua volta sotto assedio
dagli austriaci. Durante la fuga Anita, stremata, morì nelle Valli
di Comacchio. Pochi giorni dopo anche Venezia cadeva, rendendo
inutile la lunga e angosciosa traversata dell'Appennino e del
delta del Po per raggiungerla, durante la quale molti volontari
si erano dispersi. Garibaldi si rifugiò quindi a Genova, dove
accettò senza protestare la condanna all'espulsione. Dopo varie
peregrinazioni raggiunse l'anno seguente gli Stati Uniti, dove
lavorò per qualche tempo a New York, come operaio nella fabbrica
di candele di Antonio Meucci, del quale fu ospite. Nel 1854, dopo
aver incontrato il maestro d'un tempo, Mazzini, si allontanò definitivamente
dal suo programma insurrezionale antisabaudo pur senza rinnegarne
gli ideali repubblicani. Tornò in patria, dove la sua fama era
ormai divenuta tale che il primo ministro del Regno di Sardegna,
Cavour, accettò di avere un colloquio segreto con lui (1856):
dopo il loro incontro Garibaldi dichiarò pubblicamente che riteneva
indispensabile, per il raggiungimento dell'indipendenza e dell'unità
nazionale, sostenere il re Vittorio Emanuele II. L'anno dopo aderiva,
come molti altri ex mazziniani, alla Società nazionale, filosabauda,
assumendone la vicepresidenza.
IV.
Il fautore dell'unità d'Italia
Nel
1858 Cavour affidò a Garibaldi la formazione di un corpo di volontari,
i Cacciatori delle Alpi, a cui il comando supremo piemontese affidò,
durante la seconda guerra d'indipendenza (1859), il compito di
sostenere l'estrema ala sinistra dello schieramento, lungo l'arco
prealpino. Riportate le vittorie di Varese e di San Fermo e liberate
Como, Bergamo e Brescia, Garibaldi fu bloccato dalla firma dell'armistizio
di Villafranca (8 luglio 1859), che provocò un raffreddamento
dei suoi rapporti con il governo sardo, dove Cavour era stato
sostituito dal generale Alfonso La Marmora. Passato al comando
dell'esercito formato dalle truppe regolari congiunte di Romagna,
Parma, Modena, Bologna e Toscana, ribelli ai rispettivi governi,
Garibaldi entrò nelle Marche per cercare di estendere i territori
liberati, ma Vittorio Emanuele, timoroso delle reazioni internazionali,
lo fermò. Garibaldi allora si ritirò nella modesta tenuta acquistata
nell'isoletta sarda di Caprera; ciò non gli impedì di venire eletto
deputato in rappresentanza della città natale, Nizza, proprio
poco prima che essa, non senza sua grande amarezza, venisse ceduta
a Napoleone III, insieme con la Savoia, a compenso dell'alleanza
vittoriosa contro l'Austria.
A.
La spedizione dei Mille
Nell'aprile
del 1860, quando a Palermo scoppiò la rivolta antiborbonica, con
il tacito consenso e sostegno di Cavour, tornato a capo del governo
piemontese, e di Francia e Gran Bretagna, Garibaldi organizzò
la spedizione dei Mille. Salpò da Quarto, presso Genova, il 6
maggio con due brigantini sottratti alla compagnia Rubattino e,
dopo una sosta al forte toscano di Talamone per rifornirsi di
armi e imbastire un diversivo contro lo Stato Pontificio, raggiunse
la Sicilia, protetto da navi inglesi, e sbarcò a Marsala. Il primo
scontro con le truppe borboniche sulla via di Palermo fu a Calatafimi:
tra il maggio e l'agosto del 1860 i garibaldini – detti, dal loro
abbigliamento, "Camicie rosse" – riuscirono a occupare tutta l'isola,
raccogliendo lungo la strada migliaia di volontari, e vi instaurarono
un governo provvisorio, con Garibaldi dittatore, in nome di Vittorio
Emanuele II. L'esercito borbonico fu incapace di organizzare la
resistenza e di impedire che Garibaldi passasse nel continente
e occupasse anche Napoli il 7 settembre. Al Volturno, il 2 ottobre,
egli sbaragliò definitivamente le truppe borboniche e il 26 a
Teano consegnò a Vittorio Emanuele, giuntovi con l'esercito del
generale Cialdini, che era sceso a occupare Romagna e Marche,
l'intero Regno delle Due Sicilie. Quindi, colui che ormai tutti
chiamavano l'"eroe dei due mondi", rinunciando a ogni onorificenza,
si ritirò nuovamente a Caprera.
V.
Le ultime imprese
Il
17 marzo 1861 il primo Parlamento nazionale, al quale Garibaldi
fu eletto deputato, proclamò Vittorio Emanuele re d'Italia. Il
nuovo regno però non comprendeva ancora il Veneto, il Trentino,
Roma e il Lazio. Inoltre, i governi succeduti a Cavour avevano
Garibaldi e i suoi volontari in gran sospetto e respingevano la
proposta di farne il nerbo di un esercito di popolo per completare
l'unità d'Italia, di cui l'eroe presentò il progetto; egli divenne
quindi ancor meno di prima rispettoso dei calcoli diplomatici
sabaudi. Nell'estate del 1862, dopo un vano tentativo di annettere
il Trentino con un'operazione militare, Garibaldi, al motto di
"Roma o morte", organizzò una nuova spedizione diretta contro
lo Stato Pontificio. Quando però Napoleone III rese pubblica la
sua decisione di impedire un attacco contro Roma, Vittorio Emanuele
si vide costretto a sconfessare l'impresa e inviò contro i volontari
garibaldini un reparto dell'esercito regolare. Nella battaglia
dell'Aspromonte (29 agosto 1862) Garibaldi, ferito, venne arrestato
e imprigionato per alcuni giorni. L'episodio costrinse l'Italia
a garantire, con la Convenzione di settembre stipulata nel 1864
con la Francia, il rispetto di Roma papale.
A.
La terza guerra d'indipendenza
Nel
1866, nella terza guerra d'indipendenza, Garibaldi tornò alla
testa dei volontari e il 21 luglio ottenne contro gli austriaci
l'unica vittoria italiana, a Bezzecca, nel Trentino. Ricevuto
l'ordine di fermarsi in seguito all'armistizio, telegrafò la famosa
risposta: "Obbedisco". Poco tempo dopo, però, nonostante l'aperta
disapprovazione del governo italiano, tornò a progettare una spedizione
per liberare Roma, ma per la seconda volta venne intercettato
dalle truppe italiane e costretto a fermarsi. Sfuggito al loro
controllo, il 3 novembre 1867 si scontrò con le truppe francesi
e pontificie a Mentana e, dopo un breve combattimento, fu sconfitto
e costretto a rifugiarsi a Caprera. Nel 1870, dopo la caduta di
Napoleone III, Garibaldi lasciò il confino forzato nell'isola
per offrire i suoi servigi alla Repubblica francese impegnata
nella guerra franco-prussiana e sconfisse i tedeschi a Digione,
unica vittoria francese di quella guerra. Nei suoi ultimi anni
si avvicinò alle teorie socialiste, che andavano affermandosi
in Italia e all'estero, e accettò la presidenza onoraria di molte
Società di mutuo soccorso in tutta Italia. Pur sobbarcandosi numerosi
viaggi, accolto ovunque, anche a Londra, con straordinarie manifestazioni
di ammirazione, non abbandonò mai la semplicità della sua vita
di contadino e pescatore a Caprera. Tra i suoi scritti, di notevole
interesse, più che gli ingenui e grossolani romanzi (Clelia o
il governo del mondo, Cantoni il volontario e I Mille), sono le
vivide e per nulla letterarie Memorie.
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